Il copertino del sabato

Sabato. Ho sempre mangiato rapidamente, come se le cose che dovevo fare fossero più importanti del cibo, ma al sabato divoravo a tavola c’erano due velocità opposte, quella dei miei nonni e dei miei genitori lentissimi e la mia, ma al sabato acceleravo come le comiche di allora. Appena finito di mangiare via in camera e con altrettanta velocità mi cambiavo, sapevo benissimo cosa indossare, quali calze, pantaloncini e quale maglia oggi, metto quella verdeoro regalatami da Paolo appena tornato dal Brasile.

Sono già cambiato vado in lavanderia per infilarmi le scarpe da calcio a 13 tacchetti, quelle che si usano per i terreni secchi, ingrassate dalla mattina con grasso di foca per sentirle ai piedi come guanti. E poi giù dalle scale saluto i miei,
cia
oo
oo
ooooo

mentre loro sono ancora alle prese con il secondo piatto. Sono già a metà strada, a quell’ epoca avevo circa 16 anni e le gambe come pistoni rullavano i pedali della vecchia bici del nonno, piega verso destra via Campana sinistra ancora dieci pedalate e poi curva a destra la via che porta al campetto da Graldi; prendeva il nome per la vicinanza alla casa del medico del paese. Appena imboccata la strada guardo quante macchine ci sono parcheggiate, quante biciclette appoggiate sulla rete. E’ pieno!! Oggi PARTITONE!!

Salto giù al volo dalla bici che va da sola a finire la sua corsa contro la rete di recinzione. Sono arrivato tardi, la partita è già iniziata infatti il polverone è già altissimo e non si vedono tutti i giocatori in campo, che ha l’erba solo sulle fasce il resto è terra battuta. A volte quando arrivo prima si ha il tempo di fare qualche tiro in porta, di riscaldamento, e assistere alla formazione delle squadre generalmente fatta dai più anziani presenti è un momento che mi emoziona perché essere chiamato fra i primi è segno di bravura e ogni anno salgo di posizione.

Quel giorno comunque è già tutto fatto e appena mi presento ai bordi del campo c’è sempre qualcuno che ti dice con chi stare per pareggiare il numero, spesso si arriva ad essere 15 contro 15 o 16 contro 17 in un campetto appena sufficiente per un 7 contro 7. I compagni di squadra il conosci man mano: Gianni è con loro però, ma noi abbiamo Robi e così via….., mentre mi porto verso il mio ruolo attaccante di fascia sinistra, sono mancino solo a calciare invece per tutte le altre cose uso la destra, chiedo il risultato 5 a 3 per loro.

Porca miseria! Ma da quanto è iniziata? Saranno dieci minuti mi rispondono. Verso le due con il risultato di 11 a 12 per noi e già da circa 30 minuti in campo sotto un caldissimo sole di giugno, spunta dalla strada la vecchia Fiat 127 bianca di Pietro, dipendente comunale anni 55 che appena finito il proprio lavoro e senza neanche passare da casa viene al campetto, passa lungo la via fa inversione e parcheggia al solito posto, scende dalla macchina ancora vestito da ufficio, toglie la giacca del completo si cambia le scarpe e si presenta così: camicia bianca con maniche avvolte al gomito, gilet di lana, cravatta, pantaloni grigi, calze tirate sui pantaloni fino al polpaccio scarpe da calcio e coppola di lana estiva in testa.

Dai Fanna così tutti lo chiamavano, a quei tempi c’era un giocatore del Verona passato poi alla Juve bravissimo sulla fascia a fornire le punte con cross tagliati e veloci. Lui Pietro “Fanna” si dirige sulla “Sua” fascia, infatti è l’unico che quando arriva non chiede con chi è in squadra ma sono i giocatori che gli dicono: “…. io sono con te, anch’io Pietro, o mi raccomando Fanna sul primo palo eh!…” Si perché Pietro ha sempre giocato da quella parte lì, sulla fascia vicino alla strada e con la squadra che attaccava verso la casa di Graldi, per me perché lì c’era più erba….

Di lui mi è sempre rimasta in mente la storia che quando giocava nell’Argentana un giorno per sostituire il portiere espulso andò lui in porta anche se aveva un problema alle spalle, nell’effettuare una parata sopra la sua testa alzando tutte e due le braccia gli uscirono le spalle e rimase così “ingessato” fino all’arrivo del medico che era in panchina.

Dopo l’intervallo, qualche minuto attorno all’unica fontana a bere acqua, si riprende la partita; capita ogni volta che qualcuno con l’intento di “piazzare alla Baggio” la palla all’incrocio dei pali esca invece dai piedini magici un tiro stile rugby che va a scavalcare la rete di protezione posta dietro alla porta, rialzata anche quell’anno fino a circa 15 metri, a difesa della casa del Dottor Graldi. E così ci risiamo, il RECUPERO DEL PALLONE!!! Non va sempre bene, a volte fila tutto liscio qualcuno, a turno, scavalca il cancello e si aggira per il giardino in cerca del pallone, altri più educati suonano. Ma quel giorno non va così, infatti dopo aver suonato la proprietaria esce dalla casa seccata, scocciata per ritrovarsi l’ennesimo pallone sulle sue rose, durante la settimana nello stesso campetto si allenano i ragazzi dell’Argentana e ogni giorno c’è un pallone da recuperare e c’è chi scavalca e chi suona.

Anche quel giorno sarebbe stato meglio scavalcare; tornato a mani vuote sul campo cala la tristezza, quel senso che conosci quando le cose belle finiscono all’improvviso ma ne vorresti ancora. Pietro “Fanna” si dirige verso la 127 perfetto come appena arrivato solo le scarpe un po’ impolverate, mentre noi rimaniamo lì vicino alla fontana a dissetarci riparati dall’unica ombra sul campo; Pietro apre il bagagliaio lo fa sempre per cambiarsi le scarpe, noi invece si commenta la partita, la giocata, quel goal e si lancia la sfida al prossimo sabato.

Pietro chiude il bagagliaio si sente nel silenzio delle tre del pomeriggio la portiera sbattere. Noi sotto all’ombra ancora una bevuta, mentre iniziamo a salutarci si sente un suono PUM, ci voltiamo verso la strada e vediamo Pietro che guarda in alto, tutti noi lo seguiamo con lo sguardo e là nell’azzurro limpido del cielo una palla bianca e pentagoni neri ci illumina i volti, così a breve il polverone sale nuovamente.

Marco Bersani